lunedì 22 aprile 2013

Saifer


Saifer è un racconto che ho scritto quando avevo 17 anni e con il quale ho vinto un concorso indetto da Zanichelli.

Saifer sono le notti insonni passate a scrivere, a inventare, a giocare con le parole.

Saifer l'ho ritrovato mentre mettevo un po' di me dentro uno scatolone e, tra l'imbarazzo e l'orgoglio, ho deciso di condividerlo qui.

Perchè era bella la Sara che ha scritto quel racconto.
Ma ancora più bello è, in questo momento della mia vita, riguardare a quella ragazzina e pensare che nonostante tutto, non rimpiango e non mi rimprovero nulla.
Lei non ha sbagliato nulla, ha solo capito tutto in ritardo.
Io so e non sto sbagliando..e so che ora sarebbe fiera di me.


In un'uggiosa giornata di Ottobre, mentre le foglie secche suonavano una melodia autunnale ed altre aspettavano impazienti il loro volo dalle cime degli alberi, il piccolo Saifer si aggirava tra le strade di un mondo scettico che lo ignorava, che soffocava le sue grida con discorsi inutili e frivoli e che riteneva il riconoscimento della sua esistenza un accenno di follia.
Era nato dalla mente creativa e dalla mordace fantasia, perennemente in lotta con la realtà, di un bambino che poteva sopravvivere solo creandosi un mondo parallelo fatto di nuvole di zucchero filato e colori.
Saifer era come uno di quei piccoli esseri fantastici che sono soliti abitare le antologie di autori come Tolkien...
Era solo un sogno. Quel sogno che rende più magica l'infanzia, quel sogno che crescendo viene dimenticato. Nessuno, infatti, vede la propria fantasia come un'arma.
Ciascuno di noi pensa, inventa e dice bugie a se stesso ed al mondo che lo ascolta, creando cose e vite - icone di quei fantastico mondo irraggiungibile che abita la profonda notte guidata dalle lucciole - che man mano verranno scordate.
Non pensiamo mai, però, che quelle stesse vite che creiamo, supine alle nostre fantasie, le abbandoniamo anche nel momento in cui non servono più: le usiamo, viviamo grazie a loro e poi le uccidiamo gettandole nell'oblio.
Questo era Saifer.
Una vita.
Creata da un bambino.
Era un folletto che al buio scivolava sull'unto manto delle stelle fino al letto del piccolo Lucio, un bambino tanto dolce quanto strano, "affetto" da un'inguaribile cotta per i romanzi fantastici e da un'altrettanto radicata aracnofobia - tanto che sognava spesso un enorme ragno dalla testa doppia che lo divorava al suono di musica lirica! Saifer tutte le notti accudiva Lucio, portandolo in un bosco fatato e facendolo evadere da quella terribile realtà in cui era costretto a crescere, impedendo a quell'indifeso di vedere suo padre picchiare sua madre e sussurrandogli all'orecchio soavi musiche per impedirgli di sentirla piangere.
Così, scandita dai ritmi di un crescente fatalismo, andava avanti la vita di Lucio, il quale cresceva sempre più forte ed indifferente alle sofferenze altrui; finché un giorno decise che non gli serviva più un amico magico, in quanto sapeva bene che era Saifer a sopportare tutti i pesi del dolore che toglieva a lui e cominciava a diventare una fastidiosa fisima il dover provare riconoscenza e compassione verso il folletto che, soffrendo al suo posto, gli aveva permesso di vivere.
E quindi lo lasciò nel dimenticatoio, lo abbandonò dopo che la sua fantasia lo aveva dato alla luce.
Ma ora Saifer non può più tornare indietro, non può fingere di non essere mai nato ed è costretto a girovagare come un'anima dell'Inferno portando sulle spalle il peso inerente alla vita spezzata di un bambino diventato un adultoprotervo ed insensibile... Gli altri non possono vederlo giacché, crescendo, gli occhi della fantasia si oscurano e, se mai in qualche adulto rimane una traccia della capacità di vedere oltre l'immaginabile, lo stesso cerca di cancellarla per timore di essere etichettato "pazzo". Nessuno vede gli occhi tristi dei piccoli esseri meravigliosi che da bambini creiamo con tanto egoismo e poi, da grandi, abbandoniamo.
Nessuno vede Saifer.
Eppure io sono sicura di averlo intravisto più di una volta scendere sulle ali del vento fino al laghetto dai mille riflessi colorati e lì, immerso nella sua amara solitudine, chiudere gli occhi ed inventare una nuova vita con la quale condividere le proprie dolci sofferenze...

1 commenti:

BLocal on 2 maggio 2013 12:19 ha detto...

è dolcissimo!
mi ha fatto ripensare alla me bambina, e alla me adolescente che scriveva racconti...
però, a differenza tua, io non so se non ho sbagliato nulla e se ora le me passate sarebbero fiere di me...

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